Il re della guerra e il re della pace
La vita si deve tutelare in modo assoluto, e le guerre non si possono evitare, in certi casi, se non sacrificando la giustizia. La vita è sacra, la pace no, è relativa, si fa nella storia, e senza la giustizia è oppressione o schiavitù. Basta rovesciare l’argomento per avere interessanti risultati, non solo intuitivi.

Magnifico, ma astratto e ingiusto. Perché la vita si deve tutelare in modo assoluto, e le guerre non si possono evitare, in certi casi, se non sacrificando la giustizia. La vita è sacra, la pace no, è relativa, si fa nella storia, e senza la giustizia è oppressione o schiavitù. Basta rovesciare l’argomento per avere interessanti risultati, non solo intuitivi. Proviamo a pensare la realtà, per una volta mettendola con i piedi per terra e la testa in alto. Vedremo un mondo postcristiano sicuro del fatto suo, dove l’uomo decide di insignorirsi del creato, di produrre la vita artificiale e sacrificare tutto il possibile alla qualità della vita, al benessere, alla libera scelta desiderante, in una catena che porta alla noncuranza verso quella elementare forma di giustizia che è il rispetto della vita non nata, la cura dei vecchi e degli ammalati sempre degni di vivere.
La cultura del secolarismo ideologico, del secolarismo fattosi antireligione, è imbevuta di valori pacifisti, è un concentrato di appeasement, e in essa la parola pace è il curioso risvolto umanitario di una sovrana indifferenza per la vita umana. Barack Obama – lo stesso che si pronunciò contro la guerra in Iraq (ma non in Afghanistan) – ha forse in serbo qualche sorpresa, ma per adesso è un seguace conformista della cultura ostile alla tutela della vita, e si appresta a firmare executive orders per la ricerca sugli embrioni, non senza minacciare anche una legge quadro abortista dalle conseguenze devastanti. Bush sarà pure il re della guerra che merita, in quanto pro lifer, le riserve cattoliche. Ma come la mettiamo con il re della pace?